Gradisca l'accoglienza del profondo nord

Pubblichiamo l'articolo scritto da Genni Fabrizio della Tenda per la Pace e Galadriel Ravelli, apparso su Left del 20 giugno 2015 in un numero dedicato ai migranti: Sognavo L'Europa. È possibile scaricarlo in pdf da qui.

Left 232015 sognavo l' europa

Gradisca l'accoglienza del profondo nord

In provincia di Gorizia un ex Cpt diventa Cie e adesso Cara.
Una storia fatta di sbarre, violenze, psicofarmaci e rivolte. Mentre
per le strade, oggi, i rifugiati vengono soccorsi solo dai volontari
di Genni Fabrizio e Galadriel Ravelli

Il Cie di Gradisca d’Isonzo, in provincia di Gorizia, ha una lunga e “pesante” storia. Adesso è diventato un Cara, ospita i richiedenti asilo, ma la struttura è più o meno sempre la stessa. E tanti rifugiati continuano a rimanere per strada, accuditi solo dai volontari. È nel 2000 che il ministro Pisanu decreta l’apertura del Cpt di Gradisca, nell’ex caserma Polonio. L’alto muro di cemento armato, con il filo elettrificato e le telecamere ovunque, diviene presto un simbolo. E la storia quotidiana è segnata da gesti di autolesionismo, tentativi di suicidio, fughe e sommosse, piogge di psicofarmaci somministrati per sopportare condizioni di vita insostenibili. Negli anni si sono aggiunte gabbie e inferriate, mentre tutto ciò che viene considerato anche lontanamente pericoloso è stato eliminato: niente accesso alla mensa né al campo di calcio, persino il possesso di un libro viene vietato, perché “materiale infiammabile”. Nel periodo delle rivolte del 2011, un ordine urgente del Prefetto vieta anche l’uso dei telefoni cellulari. Il divieto, in contrasto con il regolamento interno dei Cie, resta in vigore per anni. Viene rimosso il 14 agosto 2013, in seguito alla rivolta che scoppia nella notte tra l’8 e il 9 agosto 2013. Le immagini dei detenuti sul tetto per giorni sono rimaste nella memoria collettiva. C’è anche una vittima: nella notte tra il 12 e il 13 agosto Abdelmajid El Kodra, probabilmente (non è mai stata aperta un’indagine) tentando di saltare, batte la testa ed entra in coma dal quale non si risveglia più. Muore all’ospedale di Monfalcone il 30 aprile 2014. Il 12 maggio 2014, per chiedere conto dell’uso massiccio della forza in quelle notti d’agosto, viene presentato un esposto in diverse Procure d’Italia da LasciateCIEntrare, Tenda per la pace e i diritti, Melting Pot e molte realtà della società civile. A novembre 2013 dopo altri incendi e rivolte, la struttura viene chiusa e i 60 detenuti trasferiti nel Cie di Trapani. A Gradisca, dal 2008, è attivo anche un Cara. Ad arrivare via terra tramite la Balkan Route sono prevalentemente afgani e pakistani. E qui si apre un’altra storia. Già nell’estate 2013, i posti disponibili al Cara e nel sistema Sprar del territorio sono insufficienti. Silenziosamente, sulle rive del fiume Isonzo, alle porte di Gradisca, comincia a formarsi un vero e proprio accampamento, di cui ci si accorge solo a novembre, quando sono ormai 50 i migranti che ci vivono. La Provincia prende in mano la situazione: in pochi giorni i migranti vengono trasferiti presso l’Hotel Internazionale, tuttora in funzione. Per mesi, sembra che la situazione sia gestibile e nell’ex Cie continuano i lavori di ristrutturazione. A fine agosto 2014 un centinaio di richiedenti asilo si accampa di nuovo sul fiume Isonzo: si vive in mezzo ai topi e ci si lava nelle acque del fiume. In autunno la Prefettura apre un capannone nella zona industriale per i migranti: 75 posti. Fin dal primo giorno, ci vivono almeno in 100: i bagni funzionanti sono cinque, manca l’areazione, la struttura è sporca e i materassi vengono ammassati sui pavimenti. I pasti sono garantiti solo ai 75 richiedenti asilo previsti dalla convenzione, nei giorni seguenti la capienza raggiunge le 150 unità. La struttura, che costa alla Prefettura 25 euro al giorno pro capite, ha vita breve. Dopo venti giorni gli “ospiti” vengono caricati come pacchi postali sui bus che li portano in altre regioni. A dicembre, i richiedenti asilo ancora vagano per la città: fa freddo, le associazioni offrono ripari di fortuna, mentre il sindaco Ettore Romoli risponde ad una nota dell’Asl che sottolinea la gravità della situazione con un’ordinanza anti-bivacco (meglio nota come “anti-profughi”). Ed eccoci arrivare ai giorni nostri. Il 10 gennaio 2015, a sorpresa, di fronte a 40 migranti senza fissa dimora, l’ex Cie “resuscita”, improvvisandosi centro di accoglienza. Senza consultare gli enti locali, promettendo che si tratta di una soluzione «temporanea, di massimo una settimana», il Prefetto chiarisce finalmente i dubbi sulla destinazione d’uso della struttura. Che mantiene il suo carattere repressivo (le sbarre e le reti sono ancora al loro posto), ma cambia tipologia di “ospite”. A febbraio LasciateCIEntrare entra nuovamente al Cie: i richiedenti asilo sono ancora là, e sono diventati 63. La struttura è sporca, mancano le lenzuola, gli ospiti dormono sui materassi per terra. Denunciano che il pocket money consiste in pacchetti di sigarette somministrati a tutti, fumatori e non, a cadenza varia, incompatibilmente con la convenzione che prevederebbe la somministrazione di beni pari al valore di 2,50 al giorno. LasciateCIEntrare, Tenda e Cittadinanzattiva inviano alla Prefettura di Gorizia un’istanza di accesso agli atti relativa alla convenzione tra Connecting people e Prefettura per la gestione dell’ex Cie, chiedendo inoltre chiarimenti sulla somministrazione del pocket money. Nessuna risposta. Attualmente, il Cie continua a funzionare (mantenendo la struttura di un carcere) come Cara, sempre gestito da Connecting People, su cui è stato aperto un nuovo filone di indagini da parte della Procura di Gorizia per peculato e frode nelle pubbliche forniture per la gestione tra il 2008 e il 2015. I vertici del Consorzio sono sotto processo dal 2014 per truffa, relativamente alla gestione del Cie/Cara di Gradisca tra il 2008 e il 2011. La viceprefetto di Gorizia e il ragioniere capo della Prefettura sono imputati di falso ideologico e materiale in atti pubblici. A Gorizia oggi ci sono circa 80 richiedenti asilo senza fissa dimora: vivono nel parco cittadino da cui vengono costantemente cacciati. Soltanto alcuni cittadini, affiancati da Caritas, si occupano di garantire loro la cena e qualche vestito di ricambio. In Regione, (ad oggi, solo nella vicina Udine sono quasi 200 i migranti senza un tetto), i richiedenti asilo continuano a restare in strada, affidati solo al buon cuore del volontariato.
Si parla di emergenza, ma la storia di questo territorio dice altro: solo tanta incapacità.

LE AUTRICI
Genni Fabrizio, di Tenda per la pace e i diritti, e Galadriel Ravelli, fanno parte della campagna LasciateCIEntrare.
Nata nel 2011, per consentire l’accesso agli organi di stampa nei Cie, il movimentooggi ne chiede la chiusura focalizzando l’attenzione sull’intero sistema di accoglienza.

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