CIE di Gradisca, Agosto 2013: noi non dimentichiamo

CIE Gradisca sui tettiLa notte tra l’8 e l’9 Agosto 2013 ricorreva l’Eid al-Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan, che quest’anno si è celebrata il 28 luglio. Quella notte di un anno fa ha segnato l’inizio delle proteste che hanno portato alla chiusura del CIE di Gradisca d’Isonzo, dopo sette anni di ingiuste e violente detenzioni.

Non è un caso che anche quest’anno, alla fine del Ramadan, in quasi tutti i cinque CIE italiani ancora aperti ci siano state rivolte, tentativi di fughe di massa, autolesionismi. Da Ponte Galeria arrivano nuovamente le immagini delle bocche cucite di coloro che non vedono altro modo per testimoniare il proprio dolore; da Caltanissetta i giornalisti riportano con stupefacente noncuranza l'uso dei lacrimogeni da parte della polizia per riportare “ordine”; da Torino a Trapani chi protesta viene isolato o espulso, ecco la cronaca dell'ordinaria follia dei CIE italiani di questa estate.

L'importanza dell'EID ce la spiega con parole semplici un ex detenuto del CIE di Gradisca: “Di tutto quello che è successo nel centro in quei giorni, le proteste, la violenta repressione da parte delle forze dell’ordine con l’uso di gas lacrimogeni, una cosa ancora sfugge alla maggior parte delle persone. Il significato dell’EID e la profondità con cui viene vissuto da chi pratica il Ramadan e qualcosa che forse avete perso con la mercificazione delle feste religiose come il Natale e la Pasqua. Dopo un mese di digiuno e preghiera si celebra la fine delle sofferenze e privazioni e il ritorno alla felicità. Una felicità che è condivisa con tutta la comunità e in modo speciale con la famiglia. Vivere tutto questo separati dalla famiglia, in condizione di ingiusta detenzione e in strutture che sviliscono le persone anche impedendo di pregare, è qualcosa di profondamente disumano.”

L’impedire la celebrazione della fine del Ramadan è stato quindi insopportabile, in qualche modo un episodio simbolico che ha racchiuso tutte le violazioni subite all’interno del CIE.

Dopo tre giorni di proteste, tentativi di comunicare con l’esterno cosa stava accadendo e di scappare da quell’inferno, il 13 agosto 2013, Majid El Kodra giovane di origine marocchina, si è lanciato dal tetto. Da giorni infatti, in seguito alla violenta repressione iniziata la sera della fine del Ramadan, gran parte dei detenuti era riuscita a raggiungere il tetto del CIE, luogo paradossalmente sicuro, da cui era finalmente possibile vedere il cielo e comunicare con l’esterno. Cadendo, in circostanze ancora non chiarite, Majid ha battuto la testa ed è entrato in un coma irreversibile da cui non si è mai risvegliato morendo 8 mesi dopo all’ospedale di Monfalcone. Nei lunghi mesi di coma di Majid è stata prolungata anche la sua agonia di “detenuto”, un’autorità invisibile ha infatti costantemente “operato” per “vegliare” su di lui: per giorni interi la sua famiglia è stata tenuta all’oscuro dell’accaduto, nonostante alcuni parenti fossero residenti in Italia da anni; a quegli stessi parenti si voleva impedire di visitare il loro caro presso l’Ospedale di Cattinara (Trieste), a quelle persone per una settimana intera è stata taciuta la notizia della morte di Majid.

Le violenze dell’agosto 2013 non sono cosa nuova per chi da anni si occupa di CIE, ma anche se l’abuso di potere da parte delle forze dell’ordine nei centri di detenzione per migranti sembra essere più una prassi che un’eccezione, in questo caso la nostra risposta è stata chiara. Grazie all’aiuto degli stessi detenuti abbiamo potuto documentare dettagliatamente ciò che è accaduto nelle sere d’agosto che hanno poi portato alla morte di Majid, e il 12 maggio scorso (con il prezioso supporto dell'avvocato Alessandra Ballerini) abbiamo presentato un esposto presso la procura di Gorizia per chiedere di aprire un’indagine sulle violenze di quei giorni. Melting Pot Europa, Asgi, Don Alberto De Nadai, Gabriella Guido per LasciateCIEntrare e moltissime altre realtà della società civile hanno firmato e sostenuto questa iniziativa in diverse città italiane.

In via non ufficiale (ma ormai ci sentiamo di rendere pubblica questa notizia) abbiamo saputo che la Procura di Gorizia ha aperto le indagini in seguito al nostro esposto, un passo non scontato e a cui guardiamo con soddisfazione.

Il 13 agosto, tra pochi giorni, saremo davanti al CIE: non sarà un presidio, non sarà una manifestazione, sarà l’espressione di un’esigenza che si può dire interiore, quasi spirituale.

Perché opporsi ai Centri di Identificazione ed Espulsione, ovunque siano aperti, significa riconoscere e proteggere la dignità umana, il valore della vita, lì dove è stritolato brutalmente da una burocrazia impietosa e apertamente razzista: quei detenuti che per lo Stato sono “stranieri”, “irregolari”, “clandestini”, per noi sono solo persone che non hanno commesso alcun reato.

Nelle notti di agosto del 2013 a Gradisca si è consumato l’ennesimo atto di un’ordinaria tragedia. Il 13 agosto 2014 noi ricorderemo Majid, ma anche tutti gli altri: le loro urla, le loro richieste d’aiuto, gli spari dei lacrimogeni sono e saranno sempre nella nostra testa.

Invitiamo tutti coloro che sentono di condividere lo sdegno per quanto accaduto e la volontà di ricordare Majid, morto di CIE, a raggiungerci davanti al muro del mostro per un ricordo ed un momento di raccoglimento, il 13 agosto alle 21.

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