COMUNICATO STAMPA in merito agli ultimi arresti per fatti riferiti al CIE di Gradisca d'Isonzo

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Detenzione discrezionale, condizioni igieniche indecenti, uso (e abuso) di un potere esercitato tramite manganelli e lacrimogeni, somministrazione sistematica di psicofarmaci, violazioni dei diritti umani.
 
Questo è stato per anni il CIE di Gradisca d'Isonzo, situazioni denunciate da avvocati, medici, giornalisti, associazioni ma anche commissioni governative e decine di parlamentari.
 
Per tutto questo nessuno ha pagato.
 
Nessuna indagine è mai stata aperta.
 
Evidentemente per qualcuno l’esistenza di un mostro simile sul territorio italiano è da considerarsi normale, un elemento imprescindibile per le leggi di criminalizzazione degli esseri umani.
 
A distanza di mesi dalla sua chiusura, che ci auguriamo sia definitiva, gli unici che stanno pagando un prezzo altissimo, la propria libertà, sono coloro accusati di aver danneggiato quel mostro che in un groviglio di reti e sbarre metalliche negava loro anche di poter vedere il cielo.
 
Un consigliere regionale del Partito Democratico, riferendosi agli incendi che hanno portato alla chiusura del CIE, aveva pubblicamente dichiarato: “Hanno fatto quello che avremmo dovuto fare noi con altri sistemi, ma per loro quella era l'unica possibilità”
Una tesi che trova riscontro anche nella giurisprudenza, viste alcune sentenze che riconoscono come difesa personale il ribellarsi all'interno dei CIE (la prima fu del Tribunale di Crotone nel 2012).
 
A pagare in questo momento sono coloro che, nei tragici giorni estivi del CIE di Gradisca, sono accusati di aver rotto le reti che circondano il centro per salire il tetto e comunicare con l'esterno.
 
Sono cinque le persone accusate di aver danneggiato la struttura, quattro le persone attualmente soggette a un provvedimento di custodia cautelare che si protrarrà fino alla fine delle indagini:
 
I. e S. sono in carcere da ottobre. Sei mesi per aver rotto un plexiglass e qualche pezzo di ferro.
 
Tra il 4 e il 5 marzo altre due persone sono state arrestate e si trovano attualmente in stato di detenzione con la medesima accusa. Probabilmente pensavano che l’incubo fosse finito, ignorando di aver a che fare con una giustizia che diventa improvvisamente solerte quando deve difendere plexiglass, reti metalliche e sistemi d’allarme.
 
Noi da quella giustizia invece non abbiamo mai avuto risposte.
 
Non sappiamo per esempio se qualcuno ha mai indagato cio’ che davvero accadde la notte che Majid cadde dal tetto del CIE, nell’agosto 2013. Majid è in coma da più di sei mesi, e l’unica reazione davvero solerte che abbiamo riscontrato è stata quella di tentare di impedire ai suoi cugini, arrivati da un’altra regione italiana dove risiedono da più di 10 anni, di vederlo. “L’ispettore del CIE dice che nessuno può entrare a vederlo, nemmeno i parenti, è un caso riservato” ci dissero i medici dell’Ospedale di Cattinara (Trieste)
 
Non sappiamo neanche che ne sia stato di Radouane, che per fuggire dal CIE di Gradisca nel 2012 saltò da quel maledetto tetto rompendosi entrambi i talloni. Due settimane di ospedale, e poi di nuovo nella bocca del mostro, a muoversi con le stampelle in una struttura certamente non pensata per i disabili. “Non avrei dovuto saltare – ci disse – il muro era alto, ma io avevo preso molti psicofarmaci e non me ne sono reso conto.”
 
Non sappiamo se qualcuno si sia mai posto il problema di capire perché, per sedare queste “illegittime” rivolte, si sia pensato di far cadere piogge di lacrimogeni su persone intrappolate dentro a delle gabbie; non ci risulta sia normale, nemmeno in un paese come il nostro.
 
Non sappiamo infine se qualcuno, nelle alte sfere, si sia mai domandato se e’ normale non evacuare un edificio dato ripetutamente alle fiamme per cinque giorni, forse la punizione per aver appiccato quell’incendio e’ stata rimanere la’, in mezzo al fumo e alla cenere, fino alla fine.
 
Non sappiamo se qualcuno abbia mai indagato sui pestaggi denunciati per anni dai migranti, non sappiamo se chi prescrive misure di custodia cautelari per i migranti “ribelli” sia al corrente del fatto che in tanti, pur di fuggire da quel garbuglio di reti, gabbie e burocrazia hanno martoriato i propri corpi con ferite autoinferte, inghiottendo lamette, batterie, e tutto quel poco che era loro concesso tenere con se’ (persino i libri, la’ dentro, erano considerati pericolosi perche’ infiammabili).
 
Ma forse abbiamo sbagliato tutto, e dobbiamo solo essere riconoscenti ad una giustizia rimasta silente per anni perche’ non c’era niente di strano in questa storia fatta di sangue e privazioni, mentre invece questa ridicola caccia all’uomo contro i distruttori di plexiglass va portata avanti fino alla fine.
 
Cio’ che ci auguriamo e’ che gli echi di quella sentenza che a Crotone scosse le fondamenta del sistema CIE, il 12 dicembre 2012, arrivino finalmente anche a Gorizia. Forse allora ci sara’ qualcosa di cui parlare.

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